Ma perché Lilly Gruber non ha invitato anche uno scienziato per rispondere a Nordio?

Nella recente puntata di otto e mezzo, in cui Lilly Gruber ha trattato l’infelice opinione del ministro Nordio, secondo cui l’uomo maschio “nel suo subconscio, nel suo codice genetico, trova sempre una certa resistenza (a riconoscere la parità di genere)” non sono stati invitati scienziati che avrebbero potuto chiarire veramente come stanno le cose.

Infatti, se Nordio ha correttamente parlato di una millenaria sedimentazione culturale che ha sancito nell’inconscio collettivo maschile la superiorità del maschio, ha totalmente straparlato quando ha tirato in ballo il Dna. A tal proposito bisogna però, non limitarsi a notare l’infondatezza scientifica di tale osservazione, ma spiegarla come le contemporanee neuroscienze sono ormai in grado di fare.

Per esempio, chi volesse sostenere la correttezza scientifica della tendenza alla prevaricazione maschile poiché intrinseca alle caratteristiche fisiche del maschio, la cui corporatura è risultata attraverso la selezione naturale di maggior forza, ai fini di garantire la sopravvivenza della specie, deve fare i conti con ben altra evoluzione organica, ovvero quella del cervello umano.

E ciò soprattutto perché nella serata si parlava della necessità di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole.

Bisogna infatti spiegare al ministro Nordio, e a tanti altri che, come lui potevano cadere nell’equivoco, e che purtroppo sono stati con ogni probabilità da lui incoraggiati a perseverarvi, che durante i millenni il nostro sistema nervoso centrale (cervello) si è evoluto, sviluppandosi fino ai lobi prefrontali, che sono le formazioni esclusive dell'”animale uomo”, grazie alle quali possiamo, parlare ragionare, immaginare, inventare, come nessun altro essere esistente sulla terra può fare.

Se il cervello inizia il percorso della propria maturazione (potatura delle sinapsi e mielinizzazione) a partire dalla nascita, per concluderla verso il 23-24 anni – come ha ormai da anni dimostrato il neuroscienziato Alain Berthoz – esiste una specifica età critica, che va dagli otto ai dodici anni, in cui si stabilizzano in modo particolarmente forte reti neurali che determinano il sentimento di identità sociale, e quindi dell’appartenenza a una determinata cultura, ai suoi valori o ai suoi retaggi, condizionando il comportamento dell’individuo per tutta la sua esistenza.

Bisogna quindi capire cosa significa maturazione cerebrale, e quale ruolo hanno i lobi prefrontali rispetto agli istinti, i quali invece risiedono nel tronco encefalico, alla base del cervello.

Alain Berthoz

Gli istinti, a differenza della capacità di astrazione complessa (lobi prefrontali), tipica della ragione umana, sono comuni a tutti gli animali, al fine di garantire la sopravvivenza degli individui fino all’età riproduttiva, e quindi della specie. Sono collegati ai lobi prefrontali per bloccarli mediante fasci nervosi che, in casi estremi di pericolo, possono esercitare quello che gli scienziati chiamano addirittura “sequestro della ragione”. Per fare un esempio: meglio non pensare nemmeno un minuto, ma scappare subito, se il pericolo è immediato, e si rischia di morire (cosa utile nel mondo primitivo, ma non sempre in quello civilizzato, dove la complessità ambientale modificata dall’uomo impone invece in certi casi la necessità di pensare prima di muoversi…).

Ma non bisogna tirare conclusioni affrettate: se gli istinti sono forti, esistono anche fasci nervosi che vanno in direzione contraria (dai lobi prefrontali al tronco encefalico) e che hanno la funzione di inibire il segnale di “sequestro della ragione”: l’attività di tali fasci antagonisti rappresenta appunto ciò che normalmente si intende con il termine “freni inibitori”.

Sostanzialmente, in certi casi, lobi prefrontali e nuclei della base del tronco encefalico entrano pertanto in competizione gli uni con gli altri, e tale grande opportunità ha permesso l’evoluzione sociale e culturale.

Infatti, se esiste la forma di convivenza civile è grazie all’esistenza dei freni inibitori, che sono in grado di limitare l’aggressività, e altri comportamenti antisociali.

La questione fondamentale che si pone pertanto è la seguente: come intervenire nel migliore dei modi per prevenire le aggressioni di genere?

Precisiamo un ultimo punto fondamentale, e la risposta arriverà da sé. Si è sopra accennato al processo della maturazione cerebrale, ovvero a quella evoluzione neurale che determina la specializzazione e la capacità del cervello di controllare le sue molteplici funzioni. Ciò che bisogna ancora rilevare, è che, così come esercitando i muscoli questi si ipertrofizzano e diventano più forti, anche la corteccia cerebrale (se la si esercita in corrispondenza della giusta età) aumenta il proprio spessore e potenza.

L’educazione, che si riceve dall’ambiente culturale in cui ci si viene a trovare alla nascita e a crescere, è pertanto fondamentale per ottenere reti cerebrali competenti e stabili per giovani adulti responsabili, che con ogni aspettativa rimarranno tali per tutta la loro esistenza.

E’ sempre Alain Berthoz infatti a osservare (videoconferenza in calce) che è da giovani che si riceve quell'”Imprinting culturale” che coinvolge e stabilizza saldamente lo sviluppo organico, il quale presiede al controllo culturale e psicosociologico, tanto che da uno stesso giovane cervello, a seconda dell’ambiente in cui si troverà a maturare si può ottenere un terrorista piuttosto che uno scienziato…

Se la natura ha utilizzato la legge del più forte per far sopravvivere la nostra e le altre specie nella preistoria, ha anche determinato l’evoluzione del cervello umano che ha consentito l’origine della storia e delle civiltà, le quali in nessuna circostanza possono più trovare pretesti per appellarsi a tale legge.

Che l’uomo fosse da distinguersi dagli altri animali in quanto dotato di ragione, lo aveva già capito Aristotele, molti secoli dopo, Jung ci ha invitato a fare i conti con la nostra “Ombra” istintiva, che dobbiamo accettare e affrontare per trarne forza, invece che subirne il dominio. Oggi le neuroscienze danno loro pienamente ragione, e non può esservi altra via di buonsenso se non quella di applicare le conoscenze scientifiche in sede educativa, in un paese che purtroppo rimane ancora troppo esclusivamente ancorato alla propria tradizione umanistica, giudicata terreno di confronto dotato di autorevolezza superiore a ogni altro, in politica, quanto nella scuola, quanto (e ce ne duole in particolar modo) nel giornalismo.

Riccardo Panigada

Direttore responsabile:

Negli anni '80, mentre è ricercatore nel campo della bioingegneria, pone le basi per la teoria dell'Onfene (Manzotti-Tagliasco), e collabora a diverse testate tra cui «Il Sole 24 Ore», «Il Corriere Medico», «Brain», «Watt». È giornalista professionista, membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis), e la sua originalità è quella di filtrare la divulgazione scientifica attraverso la riflessione epistemologica. E' inoltre docente di Filosofia e Scienze Umane nei licei.

Ha pubblicato: Il percorso dei sensi e la storia dell’arte (Swan, 2012); Le neuroscienze all'origine delle scienze umane (Cleup, 2016).

Attualmente sta lavorando a un nuovo saggio in tema di Psicologia cognitiva alla luce delle neuroscienze.

Dirige anche Tempo e Arte (tempoearte.it).