LA SPECIALIZZAZIONE MEDICA CHE NON C’E’ SAREBBE QUELLA PIU’ UTILE E INTERESSANTE

“Oggi la ricerca medica sta assistendo a una propria rivoluzione paragonabile a quella del passaggio dal Paleolitico al Neolitico, infatti il corpo ha una propria capacità rigenerativa, che finora non è stata sfruttata dalla clinica medica come si dovrebbe: non basta più riparare i tessuti con interventi chirurgici bisogna intervenire su di essi, coltivarli, per rigenerarli nel modo più naturale e compatibile possibile, tanto che si sente decisamente la mancanza di una specializzazione medica in Medicina generativa”. Sono parole di Andrea Sbarbati, ordinario di Anatomia Umana presso l’Università di Verona, già direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’ateneo scaligero, oggi membro del Cda del medesimo, oltre che scienziato che anni fa ha descritto il Sistema Chemiosensoriale Diffuso.

In sostanza, siamo al punto in cui l’informazione genetica contenuta nelle cellule, consentirebbe di riprodurre qualsiasi organo del corpo umano, si tratta di una biblioteca di file che i ricercatori devono riuscire ora ad aprire in modo selettivo, così come avviene nella vita fetale, per indurre la rigenerazione di tessuti umani dotati di capacità rigenerative limitate, al fine di curare patologie per le quali non esiste terapia, e che oggi vengono spesso affrontate con metodi aggressivi, e anche sbagliati.

La medicina rigenerativa è già una nuova opportunità per ginecologi, dermatologi fisiatri, ortopedici, maxillofacciali, che possono intervenire sui tessuti del corpo con “unità rigenerative”, che utilizzando fattori di crescita e cellule staminali, o mediante scaffolding (quest’ultimo da non confondere però con gli approcci orientati puramente all’estetica i quali consistono nel gonfiare i tessuti).

Si tratta di tecniche che non intervenendo per via farmacologica, ma che semplicemente modulano la capacità di crescita dei tessuti, e che, quindi, non danno ragione di pensare che possano aumentare un rischio mutageno, o produrre altri effetti collaterali indesiderati.

Andrea Sbarbati

“Se si semina su un terreno troppo duro o troppo molle non si ha raccolto – spiega Sbarbati – quindi bisogna preparare prima i tessuti per poi procedere alla “semina” come farebbe il buon seminatore, ma con grande competenza biologica, e con un ampio arsenale tecnologico altamente specializzato; si tratta di una pratica dolce che per definizione deve essere mininvasiva, ma soprattutto preventiva, al fine di intervenire prima che sia troppo difficile rigenerare i tessuti lesi”.

La medicina rigenerativa infatti utilizza radiofrequenze (ma non radiazioni ionizzanti), onde d’urto, trattamenti meccanici, filler biostimolanti, lisosomi, prodotti autologhi come prodotti piastrinici o tessuto adiposo.

Coerentemente alla propria ricerca nel campo della medicina rigenerativa il professor Sbarbati non ha poi potuto fare a meno di promuovere la battaglia per la lotta al lipedema, che lui stesso definisce di impegno morale.

“E’ un problema che ritengo etico, basti pensare che si potrebbe salvare quel 12% di donne considerate fibromialgiche e che vengono oggi erroneamente curate con antidepressivi, poiché considerate organicamente sane, mentre la loro è un’effettiva sofferenza determinata dal fatto che hanno il tessuto connettivo alterato. Ma ci sono anche altre donne con fianchi molto larghi che vengono scambiate per obese, malate di cellulite, invece, quando vengono fatte dimagrire in seguito a dieta, o ben poco opportuni farmaci per il diabete, i loro fianchi restano grandi… ciò evidenzia, anche in questo caso che si tratta di un’alterazione del connettivo, che, con il passare degli anni si insinua negli interstizi esistenti tra legamenti troppo lassi, e, che, col tempo, si indurisce irreparabilmente, fino a costringere un certo punto le pazienti sulla sedia a rotelle. Vi sono poi donne con fianchi quasi normali – rileva Sbarbati – che hanno dolori interpretati come sintomo di artrosi (e che talora vengono perfino operate), per le quali viene diagnosticato il lipedema solo dopo i cinquant’anni. Evidentemente ciò è intollerabile: ci sono infatti già tutti gli elementi per riconoscere tale patologia in età pediatrica, per esempio riscontrando lassità legamentosa e alterazione del connettivo (che presenta una forma di invecchiamento precoce), in bambine molto spesso ipermobili. Senza contare che il lipedema è stato talora anche confuso con il linfedema, che si tratta invece di stasi linfatica. La diagnosi precoce pediatrica del lipedema risparmierebbe infine traumi psicologici enormi a moltissime bambine che a scuola vengono prese in giro perché “cicciottelle” e a torto considerate pigre dai loro insegnanti di educazione motoria e dai compagni di classe”.

Per rendersi conto quanto le problematiche collegate al trattamento del lipedema siano diffuse e e male affrontate, basta considerare che in soli tre giorni hanno risposto a una indagine promossa da Sbarbati 750 donne con i sintomi del lipedema, le quali vengono curate con inutili compressioni e interventi di liposuzione, definiti da Andrea Sbarbati un vero e proprio fallimento della medicina.

Sbarbati è anche referente dell’imponente progetto di sviluppo quinquennale del Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona,sostenuto dal ministero dell’Università e della ricerca con nove milioni di euro, per il dipartimento considerato “di eccellenza“: l”obbiettivo è quello di creare unità miste cliniche e biologiche (i clinici non hanno in genere tempo di fare ricerca, mentre i biologi non riescono a lavorare sulle malattie), impegnate in sei linee di ricerca che vanno dalle malattie neurodegenerative, alle malattie rare, all’oncologia, alla neuroinfiammazione. Oggi si sta infatti puntando molto sulle terapie biologiche, come, per esempio, quelle basate su anticorpi umanizzati (chimerici ibridi con oltre il 90% componente umana), e risultati sorprendenti si sono recentemente registrati per quanto riguarda la terapia della fibrosi cistica.

Sbarbati sottolinea infine la pericolosità dell’impiego di farmaci come il Gpl1 (Glucagon-Like Peptide-1) se utilizzati a scopo dimagrante contro l’obesità e il lipedema: studiati per intervenire nella regolazione della concentrazione dello zucchero nel sague in caso di diabete, interferiscono infatti con il sistema chemiosensoriale agendo sulle cellule dell’endotelio intestinale, e quindi disregolandone la comunicazione con il sistema endocrino e neuroimmunitario. Molto grave quindi che tali farmaci, come il tirzepatide, che può produrre effetti collaterali anche notevoli (perdita di capelli nausea vomito depressione diarrea stipsi) siano in libera vendita.


LETTERATURA CLINICA

Scaffold di acido ialuronico (HA) e cellule stromali multipotenti (MSC) nella medicina rigenerativa

abstract

I metodi tradizionali di rigenerazione tissutale utilizzavano comunemente scaffold sintetici per rigenerare i tessuti umani. Tuttavia, presentavano diverse limitazioni, come le reazioni da corpo estraneo e la breve durata. Per superare questi problemi, si preferiscono scaffold realizzati con polimeri naturali. Uno dei materiali più adatti e ampiamente utilizzati per la fabbricazione di questi scaffold è l’acido ialuronico. L’acido ialuronico è il componente principale della matrice extracellulare del tessuto connettivo umano. È un materiale ideale per gli scaffold utilizzati nella rigenerazione tissutale, grazie alle sue proprietà di biocompatibilità, facilità di funzionalizzazione chimica e degradabilità. Negli ultimi anni, in particolare a partire dal 2010, gli scienziati hanno constatato che l’ingegneria cellulare di questi scaffold naturali consente di ottenere risultati ancora migliori in termini di rigenerazione tissutale e la ricerca ha iniziato a crescere in questa direzione. Le cellule stromali multipotenti, note anche come cellule staminali mesenchimali, cellule plastiche aderenti isolate dal midollo osseo e da altri tessuti mesenchimali, con proprietà di autorinnovamento e multipotenza, sono candidate ideali per questo scopo. Normalmente, vengono pre-seminate su questi scaffold prima del loro impianto in vivo. Questa revisione discute l’uso di scaffold a base di acido ialuronico insieme a cellule stromali multipotenti, come strumento molto promettente nella medicina rigenerativa.

link all’articolo completo: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27665291/

Riccardo Panigada

Direttore responsabile:

Negli anni '80, mentre è ricercatore nel campo della bioingegneria, pone le basi per la teoria dell'Onfene (Manzotti-Tagliasco), e collabora a diverse testate tra cui «Il Sole 24 Ore», «Il Corriere Medico», «Brain», «Watt». È giornalista professionista, membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis), e la sua originalità è quella di filtrare la divulgazione scientifica attraverso la riflessione epistemologica. E' inoltre docente di Filosofia e Scienze Umane nei licei.

Ha pubblicato: Il percorso dei sensi e la storia dell’arte (Swan, 2012); Le neuroscienze all'origine delle scienze umane (Cleup, 2016).

Attualmente sta lavorando a un nuovo saggio in tema di Psicologia cognitiva alla luce delle neuroscienze.

Dirige anche Tempo e Arte (tempoearte.it).