KEFIR: IL FESTIVAL DI WOODSTOK DEL TUO INTESTINO

Si potrebbe prendere del latte e invece di lasciarlo mestamente scadere nel frigo decidere di organizzarci dentro il festival di Woodstock dei microbi. Questo è, in parole povere, il kéfir: una bevanda fermentata che non è un semplice latticino, ma una vera e propria metropoli liquida dove batteri e lieviti vivono in un’armonia talmente perfetta da far sembrare i trattati di pace dell’ONU delle rissa da bar. Visivamente, il tutto parte dai cosiddetti “grani di kéfir”, che la scienza descrive come strutture gelatinose irregolari, ma che all’atto pratico somigliano in modo inquietante a dei mini cavolfiori gommosi. Questi agglomerati sono fatti di una specie di colla protettiva chiamata kefiran – prodotta principalmente dal batterio Lactobacillus kefiranofaciens, un nome che sembra un insulto in latino – che serve a tenere insieme una popolazione microbiologica che definire “affollata” è un eufemismo.

Dentro questa giungla microscopica c’è una divisione dei compiti degna di una catena di montaggio della Ferrari. Tra il 60% e l’80% della popolazione è composto da batteri lattici, che si buttano sul lattosio (lo zucchero del latte) come degli adolescenti sul buffet di una festa e lo trasformano in acido lattico. Questo dà alla bevanda quel tipico sapore acidulo che fa arricciare leggermente il naso. Poi ci sono i batteri acetici, una minoranza silenziosa e infine i lieviti, veri e propri barman dell’intestino responsabili della produzione di anidride carbonica e di impercettibili tracce di alcol. Il risultato finale di questo baccanale microscopico è un nettare leggermente frizzante, decisamente più fluido del classico yogurt, con un pH acido che oscilla tra 4.0 e 4.5, perfetto per fare tabula rasa dei batteri cattivi nel corpo umano.

C’è però una netta differenza tra il kéfir “fatto in casa” e quello del supermercato. Nelle mura domestiche si usano i grani veri e propri, che sono praticamente immortali: si nutrono, fermentano a temperatura ambiente e si riproducono all’infinito, diventando quasi dei piccoli animali domestici senza peli che non richiedono di essere portati a spasso.
L’industria alimentare, tuttavia, odia l’imprevedibilità. Gestire i grani veri su scala industriale sarebbe come pretendere di coordinare un flash mob di gatti randagi; la produzione di massa richiede costanza. Per questo i grandi marchi preferiscono usare colture starter liofilizzate, ovvero un mix di ceppi batterici selezionati in laboratorio che imitano il kéfir tradizionale. Il latte viene pastorizzato, inoculato con questa polverina magica, fatto fermentare a temperature controllate tra i 20 e i 25 gradi per un giorno intero e poi omogeneizzato. Il kéfir industriale che ne deriva è standardizzato, tranquillissimo, spesso privo di alcol e di quell’effetto “frizzantezza” da discoteca, ma inevitabilmente perde un po’ di quella biodiversità selvaggia che caratterizza la versione artigianale.

Questa pozione magica non è nata ieri nei laboratori di qualche multinazionale del benessere. La sua storia affonda le radici migliaia di anni fa nel Caucaso settentrionale, dove i popoli nomadi la producevano lasciando fermentare il latte dentro otri fatti di pelle di capra (un dettaglio che oggi farebbe svenire qualsiasi ispettore sanitario). L’archeologia ha persino scovato tracce di latte fermentato risalenti a 3600 anni fa in alcune tombe dell’Età del Bronzo in Cina, il che significa che mentre noi stavamo ancora capendo come usare i metalli, qualcuno stava già curando la propria flora batterica. Il nome stesso deriva dal turco keyif, che significa letteralmente “piacere” o “benessere”, e per secoli questi grani sono stati considerati un segreto di stato, un tesoro di famiglia tramandato di generazione in generazione e avvolto da leggende che li volevano addirittura come un dono diretto del Profeta Maometto. Nel diciannovesimo secolo la voce è sfilata fino in Russia ed Europa dell’Est, catturando l’attenzione dello scienziato Ilya Metchnikoff, premio Nobel per l’immunità, il quale si convinse che l’incredibile longevità delle popolazioni caucasiche dipendesse proprio da questo elisir.

Oggi, guardando gli scaffali del supermercato, sorge spontaneo un dubbio economico: perché una bottiglietta di kéfir costa mediamente tra 1,00 e 2,00 euro, mentre un classico vasetto di yogurt naturale si porta a casa con 0,50 o 0,90 euro? Pagare il doppio per del latte fermentato ha davvero senso? Dal punto di vista prettamente scientifico, il kéfir vince a mani basse il premio per il miglior rapporto qualità-prezzo se l’obiettivo è la salute intestinale. Lo yogurt standard è una democrazia molto limitata, basata solitamente su appena due o sei ceppi batterici principali che fanno il loro lavoro onestamente ma senza troppa fantasia. Il kéfir, invece, è un impero cosmopolita che può ospitare dalle 30 alle 60 specie diverse tra batteri e lieviti, garantendo una contraerea probiotica che va dai 25 ai 50 miliardi di unità formanti colonie per singola porzione, contro i pochissimi miliardi dello yogurt. Questa immensa diversità microbica è fondamentale per la resilienza dell’intestino, che riceve non solo una massa d’urto di batteri vivi, ma anche preziosi metaboliti secondari come il già citato kefiran, noto per i suoi effetti di modulazione del sistema immunitario. Se lo yogurt greco resta imbattibile per chi cerca un pieno di proteine a basso costo, il kéfir è l’investimento d’élite per chi punta a una corazzata immunitaria.

Per questa ragione, quando ci si trova a scegliere, un kéfir che dichiara fieramente in etichetta “16 ceppi autentici e 4 miliardi di probiotici” è scientificamente anni luce superiore alle sottomarche che contengono solo tre o quattro ceppi messi in croce. Un prodotto con così pochi ceppi è essenzialmente uno yogurt travestito da kéfir, un’operazione di marketing che ha ben poco a che fare con la complessità simbiotica originale. Più l’esercito di microbi è vario, più si creano sinergie capaci di colonizzare l’intestino e produrre sostanze benefiche.

C’è infine un mito da sfatare riguardo alla digeribilità. È assolutamente vero che il kéfir è una manna dal cielo per chi soffre di intolleranza al lattosio, dato che la sua lunghissima fermentazione riduce lo zucchero del latte fino al 99% e i microbi rimasti all’interno continuano a produrre l’enzima lattasi direttamente nell’apparato digerente del consumatore. I test clinici confermano che riduce la flatulenza e i problemi digestivi in modo drastico. Tuttavia, per quanto miracolosa, questa non è nemmeno la sua dote migliore. Anche lo yogurt ben fatto riduce il lattosio a livelli quasi impercettibili, rendendo entrambi i prodotti tollerabilissimi. Il vero superpotere del kéfir, il motivo per cui merita un posto d’onore nella dieta, risiede nella sua incredibile complessità probiotica complessiva, nella produzione di sostanze antimicrobiche e anti-infiammatorie naturali e nei suoi promettenti (seppur ancora studiati) effetti benefici sul controllo del colesterolo e della glicemia.

Insomma, di fronte a un intestino pigro o in difficoltà, il kéfir non si limita a bussare alla porta: entra con una squadra di demolizione per rimettere tutto a nuovo, a patto di saper scegliere i prodotti con ceppi vivi e complessi, tenendo sempre presente che per esigenze specifiche un consulto medico resta la bussola fondamentale.

Marco Zambianchi

"Marco Zambainchi
Microbiologo Vaccinatore
Docente in Ispezione degli Alimenti di Origine Animale all'Università di Milano
Auditor ISO
Membro della Commissione Igiene, Qualità e Sicurezza dell'ONB
Instancabile sui social dove posta contributi del suo pensiero in forma di veri e propri articoli scientifico-divulgativi densi di informazioni di altissimo valore, si esprime mediante una prosa ironica e sagace in cui non manca un controllatao utilizzo di lessico giovanile. In tal modo i suoi pezzi risultano accattivanti e utili a tutti: le considerazioni scientifiche diventano inoppugnabili esempi di utilizzo di senso critico, spiazzanti nei confronti di quanti vorrebbero sostituirle con verità assolute o paralogismi totalmente surrettizi".