La comunicazione deve essere etica o anche no? Un sillogismo per la comunicazione

Pochi (ma qui il pronome è un eufemismo) potrebbero sostenere che il sistema sillogistico aristotelico, che ha consentito la nascita della logica formale (disciplina delle scienze logico-matematiche), sia uno strumento ragionativo inutile, o, peggio, fuorviante. All’opposto, si tratta proprio di quel meccanismo ragionativo, che salvaguarda da ogni possibile formulazione linguistica in chiave retorica o sofistica, impedendo utilizzi strumentali del codice linguistico.

Il sillogismo consiste di due premesse e una conclusione. La prima premessa detta “maggiore” deve infatti avere carattere di universalità talmente evidente da essere oggettivamente inconfutabile, mentre la seconda premessa viene detta “minore”, poiché non fa altro che individuare con altrettanta evidenza un singolo elemento all’interno dell’insieme di elementi individuato dalla maggiore. Da tale operazione emerge quindi, in base alla cogenza logica, una chiarificazione, che, se non ha il carattere di novità di una vera e propria scoperta, ottiene in modo potente e inequivocabile la connessione tra il singolo elemento emerso nella premessa minore con l’elemento espresso nella prima parte della premessa maggiore. Si consideri pertanto il seguente sillogismo, dal quale si intende partire, al fine di inferire, nel corso del presente articolo, altre considerazioni in merito ai contenuti di atti di comunicazione pubblicati, ovvero resi disponibili a un grande numero di persone (come sono gli articoli di giornali o i contenuti online):

Premessa maggiore

L’equilibrio sociale dipende dall’etica (rispetto delle regole sociali) delle azioni sociali;

Premessa minore

La comunicazione è un’azione sociale;

Conclusione

L’equilibrio sociale dipende dall’etica della comunicazione.

Al fine di allontanare qualsiasi eventuale equivoco di interpretazione terminologica, è appena il caso di ricordare che il termine “etica” nel suo significato storico, e quindi originario e autentico, deriva dal sostantivo ethos, che in greco antico significa costume, abitudine. Quindi, l’etica si riferisce a quei comportamenti che si sono storicamente consolidati (venendo a costituire regole basate sul rispetto), le quali si sono dimostrate essere, empiricamente ma universalmente, quelle maggiormente idonee al mantenimento dell’equilibrio sociale.

Come ha insegnato Claude Shannon, tra il mittente di un messaggio e il destinatario esistono diversi elementi (uno dei quali è il “canale”, ovvero il mezzo sul quale viaggia il messaggio), che fanno parte della comunicazione, e che possono condizionare la recezione, e, quindi l’interpretazione del messaggio. Già in questa sede è quindi necessario osservare che anche la gestione di tali elementi, oggi affidati alle alte tecnologie, dovrebbe rispettare regole etiche.

Claude Shannon (foto Wikipedia)

Ma al fine di individuare quale sia oggi la necessità di fornire al lettore un trattamento etico della notizia, così come previsto in Italia mediante l’Ordine dei Giornalisti (in ottemperanza all’articolo 21 della Costituzione, mediante il suo riferimento alla Legge sulla stampa), è necessario analizzare quali profonde trasformazioni della realtà scientifico-tecnologica e sociale siano intervenute in particolare negli ultimi due decenni.

Notoriamente la stampa legalmente autorizzata, in quanto accreditata presso le cancellerie dei tribunali provinciali, è in grandissima sofferenza a causa della diffusione massiva gratuita (e illegale) di informazione attraverso una molteplicità di mezzi di comunicazione residenti in rete.

Il fatto che quasi nessuno, a prescindere dai professionisti dell’informazione, conosca la normativa che regola la pubblicazione e quindi la diffusione di informazioni su larga scala, è certamente uno dei motivi per cui le notizie in rete gestite da entità o individui non abilitati alla pubblicazione di notizie hanno potuto velocemente ottenere l’attenzione di moltissime persone che le considerano affidabili. Ma, naturalmente, è soprattutto la pervasività e il carattere virale della rete (ovvero il canale, per dirla con Shannon), con la sua flessibilità e opportunità di utilizzare immagini e filmati (anche se fasulli), che hanno determinato l’enorme successo delle notizie a mezzo internet rispetto a quelle dei mezzi di comunicazione accreditati e legali.

Oggi è quindi più che mai necessario (è stato rilevato il 28 novembre scorso nel corso dell’Assemblea annuale dell’Unione dei Giornalisti italiani scientifici – Ugis), che le notizie diffuse dalla stampa ufficiale siano sempre maggiormente dotate di quelle caratteristiche di trasparenza e completezza previste dal corretto trattamento delle medesime, al fine di porsi quale punto di riferimento veramente affidabile rispetto alla pletora di disinformazione che sommerge quotidianamente chiunque possieda uno smartphone.

Stando alla normativa, in Italia i cittadini hanno diritto di venire correttamente informati da più fonti: si veda la sentenza n. 420 del 7 dicembre 1994 della Corte Costituzionale, secondo cui è necessario “garantire il massimo di pluralismo esterno, al fine di soddisfare, attraverso una pluralità di voci concorrenti, il diritto del cittadino all’informazione”; nonché l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – AGCOM, istituita nel 1997, la cui effettiva e reale possibilità di garantire il pluralismo quanto la correttezza delle notizie è oggi molto limitata nella realtà.

E’ quindi proprio al fine di cercare di compensare in qualche modo le gravi criticità dell’attuale congiuntura in cui si trova la comunicazione legalmente riconosciuta, che è necessario che i veri professionisti del settore, ovvero i giornalisti, non solo operino con il massimo della professionalità e nel rispetto delle regole deontologiche, ma aumentino, ove sia richiesto dagli argomenti trattati, le loro competenze.

Sembra, per esempio, che, fino a non molto tempo fa, vi fossero direttori che affidassero a redattori totalmente digiuni di conoscenze scientifiche, l’incarico di intervistare scienziati, nella convinzione che chi fosse inesperto fosse più idoneo a spiegare in modo più semplice argomenti complessi ad altri inesperti (i lettori). Ovviamente il risultato era sempre catastrofico. Oggi le cose vanno un po’ meglio, ma il giornalismo scientifico viene purtroppo considerato giornalismo di settore, e la stampa generalista lo ignora.

Attualmente sono sempre più frequenti invece le occasioni in cui, anche trattando notizie inerenti ad argomenti non specificamente riconducibili ad ambiti scientifici, sarebbe sarebbe molto utile, se non indispensabile, fare ricorso ad argomentazioni scientifiche, non limitandosi solo a una funzione informativa, ma coprendo anche la funzione formativa, come previsto dalla professione giornalistica. In sostanza, invece di considerare settoriale il giornalismo scientifico, è piuttosto il giornalista generalista, che oggi necessita di sempre maggior formazione, per diventare in grado di capire quando, pur nello svolgimento del proprio quotidiano lavoro su fatti di cronaca, vi sarebbe l’opportunità di avvalorare il proprio articolo con argomentazioni scientifiche, porgendole con un corretto metodo divulgativo (comprensibile al lettore inesperto, e almeno accettabile per quello esperto).

Riccardo Sorrentino

La scienza infatti entra sempre più a far parte della realtà quotidiana, tanto che si può dire che non vi sia quasi nulla che possa considerarsi scollegato da recenti studi scientifici.

Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha recentemente rilevato presso il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti la necessità di svincolare il giornalismo scientifico dalla sua attuale posizione ancillare di “giornalismo di settore”; l’istanza sembra essere stata presa in considerazione, ma, per il momento, pare che si stia invece pensando di attribuire ai partecipanti ai corsi orientati al giornalismo scientifico solo due crediti indipendentemente dalla durata dei corsi… (cosa che rappresenterebbe un peggioramento rispetto al passato).

Vale poi la pena di soffermarsi su un altro aspetto inerente ai risultati ottenuti dalla ricerca scientifica, che spesso viene gestito in modo equivoco creando confusione. Gli scienziati in passato hanno usato i termini “teoria” e “legge” per definire le loro scoperte, per esempio esiste la Teoria Copernicana e le Leggi di Keplero. Ma se le definizioni terminologiche stabiliscono che le “teorie” restano tali fin che non vengano confermate (per diventare “leggi”), è anche vero che nessuno oggi si sognerebbe di sostenere che la Terra non giri attorno al Sole, mentre sia la Teoria Copernicana, quanto le Leggi di Keplero non saranno più valide quando tra cinque miliardi di anni il Sole diventerà una gigante rossa…

Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, intervenuto durante la cena conclusiva dell’Assemblea Nazionale dell’Ugis

Al di là delle definizioni bisogna allora prendere le cose col buon senso, e saperle valutare con senso critico per deciderne l’affidabilità pratica. Il fatto che la scienza in certi casi abbia utilizzato la parola “teoria”, dandole il significato di “verità provvisoria”, viene talora strumentalizzato per mettere in dubbio l’affidabilità della scienza, magari per pretendere di affermare la maggior affidabilità di “verità” di fede, generando un equivoco veramente paradossale. Infatti la scienza non chiede alcun atto di fede, poiché, anzi, si preoccupa di dimostrare nel modo più affidabile possibile le proprie scoperte, e senza pretendere di emanare verità assolute ed eterne… queste ultime verità, non dimostrabili, sono infatti raggiungibili solo mediante atti di “fede”, la cui valutazione circa l’affidabilità può essere solo “sentita” da ogni singolo fedele in modo intimo e incomunicabile.

Potrebbe quindi sembrare un paradosso, ma non lo è per nulla, anzi: l’affidabilità dei risultati della scienza è garantita proprio dalla loro provvisorietà, in quanto la loro efficacia resta tale fino al loro eventuale superamento, ma essendo risultati dimostrati, ed essendo efficaci, bisogna tenere presente che sono estremamente utili in ogni momento ci si trovi a vivere contemporaneamente alla loro validità.

Ci si può pertanto mettere in contraddittorio su risultati scientifici? naturalmente sì lo fanno continuamente gli scienziati nelle sedi opportune, finché non si raggiunge la dimostrazione del risultato maggiormente affidabile, ma evidentemente il valore dei risultati della scienza, per quanto provvisori, non può essere negoziabile in alcun’altra sede, soprattutto se mediante un contraddittorio perpetrato da soggetti non sufficientemente qualificati. Sarebbe come, a un convegno sulla criminalità organizzata chiamare a contraddittorio gli stessi criminali.

Oltre all’Ugis, tra le realtà che rispondono attivamente all’aumentata necessità di organizzare corsi di aggiornamento accreditati dall’Ordine dei Giornalisti su tematiche di interesse scientifico, c’è l’Argav (Associazione Regionale Giornalisti Agroalimentari e Ambientali del Veneto e del Trentino Alto Adige).

Riccardo Panigada

Direttore responsabile:

Negli anni '80, mentre è ricercatore nel campo della bioingegneria, pone le basi per la teoria dell'Onfene (Manzotti-Tagliasco), e collabora a diverse testate tra cui «Il Sole 24 Ore», «Il Corriere Medico», «Brain», «Watt». È giornalista professionista, membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis), e la sua originalità è quella di filtrare la divulgazione scientifica attraverso la riflessione epistemologica. E' inoltre docente di Filosofia e Scienze Umane nei licei.

Ha pubblicato: Il percorso dei sensi e la storia dell’arte (Swan, 2012); Le neuroscienze all'origine delle scienze umane (Cleup, 2016).

Attualmente sta lavorando a un nuovo saggio in tema di Psicologia cognitiva alla luce delle neuroscienze.

Dirige anche Tempo e Arte (tempoearte.it).