Carcere di Montorio (VR): psichiatra rischia di morire sul lavoro, ora accertare le responsabilità

Psichiatra esce col naso fracassato da un pugno sferratogli dal paziente durante una visita all’interno del carcere. E’ avvenuto di recente a Verona, ma l’evento può annoverarsi tra i rischi professionali? No. Assolutamente no.

Anche se i rischi non possono mai scendere a livello zero, le circostanze specifiche di tale evento avrebbero dovuto consentire un livello di protezione completa e praticamente infallibile. Vediamo:

1) – la visita psichiatrica non avveniva in un ambulatorio del territorio, ma all’interno delle mura di un carcere che dovrebbero garantire la massima prevenzione dei rischi per tutti gli operatori che si trovano all’interno dell’edificio;

3) – il paziente in questione, poiché riluttante a sottoporsi a terapia all’interno della casa circondariale in cui era detenuto, era stato sottoposto dallo stesso psichiatra a trattamento sanitario obbligatorio, ed era pertanto prevedibile che avrebbe potuto comportarsi in modo aggressivo per risentimento nei confronti dello stesso clinico;

2) – gli agenti della polizia penitenziaria non si trovavano nell’ambulatorio durante la visita, ma solo in locali attigui.

Quanto sia inaccettabile subire gravi incidenti e anche morire sul luogo di lavoro, nel Belpaese lo si sente, purtroppo continuamente, dalla bocca di politici e amministratori subito dopo che incidenti e morti bianche sono avvenuti. Le responsabilità sono in genere da ricondurre a leggerezze dovute a incuria imputabile ai lavoratori e datori di lavoro privati, i quali spesso non seguono la buona prassi che i regolamenti per la sicurezza sui luoghi di lavoro impongono. Regolamenti conformi a quanto disposto dalle leggi dello stato, in primis la costituzione, che tutela la salute e la dignità della persona umana.

E’ quindi questa volta, ancor più che inaccettabile, paradossale e irricevibile che, alla fine dei conti proprio per colpa delle stesse Istituzioni, lo psichiatra sia stato fortunosamente salvato in extremis da conseguenze più gravi, e, presumibilmente, anche esiziali, solo all’arrivo delle guardie carcerarie richiamate dalle urla di chi si trovava all’interno dell’ambulatorio.

“Dovrà esserci ora una regolare inchiesta che dovrà chiarire le responsabilità effettive – osserva Antonio Lasalvia, coordinatore della Sezione Veneta della Società Italiana di Psichiatria (PsiVe) – ma una cosa è certa, tutte le nostre associazioni di categoria si sono schierate solidali vicine al collega colpito, mentre le Istituzioni coinvolte almeno fino a questo momento sembrano latitare, e lo stanno lasciando solo anche nel dopo”.

Redazione

La redazione di Scienzaveneto.it