Lancerotto, artista “top-down”

[…] tutte le «realtà» e le «fantasie» possono prendere forma solo attraverso la scrittura, nella quale esteriorità e interiorità, mondo e io, esperienza e fantasia appaiono composte della stessa materia verbale; le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima si trovano contenute in righe uniformi di caratteri […]; pagine di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo…

(Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi Milano, Mondadori, collana I Meridiani, (tomo primo), 1995, p. 714).

Naturalmente, quanto Calvino afferma, ed è qui sopra riportato grazie alla grande sensibilità letteraria di Daniela Anastasia (amica stimata, la quale ci ha fatto dono di un suo ricco contributo critico, che via via pubblicheremo nelle prossime uscite di Scienzaveneto, e dal quale estrapoliamo ora l’epigrafe), vale non solo per la scrittura, ma per ogni forma d’arte e di scienza.

E, a pensarci bene, non sarebbe neanche necessario essere neuroscienziati per accorgersene, ma basterebbe rilevare che ogni umana forma di conoscenza e ragionamento passa prima di tutto attraverso la decodifica della biointerfaccia sensoriale. Ma è noto che, appunto “per pensarci bene”, ovvero scevri da pregiudizi culturali, sarebbe necessario partire da quell’Araba Fenice che è la semplicità del Petit Prince di Antoine de Saint-Exupéry.

In ogni caso, a confermare (con scientifiche argomentazioni) che la più grande sciocchezza che si possa fare è quella di dividere tra loro le discipline di studio, ci ha pensato nell’anno appena trascorso appunto il neuroscienziato Eric R.Kandel (Nobel per la medicina nel 2000) col suo ultimo saggio “Arte e neuroscienze”.

La medaglia; nell'immagine di apertura Il pupo allo specchio
La medaglia; nell’immagine di apertura Il pupo allo specchio

Si può dire allora, che Calvino e Kandel insieme confermino che la semplicità de “Le Petit Prince” resta patrimonio degli artisti, degli scienziati più puri, e di quanti hanno saputo sottrarsi alle mostruosità di una “educazione scolastica”, tuttora (e non di rado) volta  a violentare le menti dei fanciulli mediante dogmi “culturali” che ne faranno dei mediocri mestieranti… per non parlare degli ubiquitari effetti deleteri dell’onnipresenza nel tessuto sociale degli stimoli immessi al fine di uniformare le menti in ragione del consumismo e della necessità di allontanare la maggior parte delle persone dalla capacità necessaria a partecipare attivamente e proficuamente alla vita sociale e politica. A chi desiderasse documentarsi scientificamente sulle problematiche cui si è appena accennato, suggeriamo la lettura di “Elogio della fuga” del biologo Henri Laborit, e di “Elogio della ribellione” del neuroscienziato Lamberto Maffei.

Ma, tornando a parlare di scienza e di arte, non possiamo che essere felici nell’aver salutato la comparsa del saggio di Kandel, il quale ha confermato la linea di ricerca, che, in Italia, abbiamo cinque anni fa iniziato per primi con il saggio “Il percorso dei sensi e la storia dell’arte – Le neuroscienze nella produzione artistica” (R. Panigada, M. Marinacci, Swan, Milano 2012); poi proseguito pubblicando nel 2016 “Le neuroscienze all’origine delle scienze umane – Percezione, disegno, linguaggio” (R. Panigada, Cleup, Padova, 2016), e in merito alla quale si possono trovare articoli sul nostro Tempoearte.it.

Fino al 2017, si sono anche protratte le celebrazioni per il centenario della morte di Egisto Lancerotto (1847-1916), autore che scegliamo di ricordare a nostra volta su questo numero, pensando di poter correttamente interpretare la sua ricerca pittorica come un percorso di consapevolezza sempre maggiore, verso la necessità di avvicinarsi alla produzione dell’opera d’arte secondo i processi di elaborazione cerebrale “top-down”, che Kandel scientificamente illustra nel suo saggio, contrapponendoli ai processi “bottom-up”.

Lancerotto, Sogno
Lancerotto, Sogno

Già dai primi quadri, Lancerotto, pittore correttamente definito verista, non definisce comunque i contorni, ma li lascia sfumare in un vibrato del colore ai margini delle figure, teso a suggerire una lettura emozionale, poiché mnestica, dei soggetti rappresentati. Non a caso, si tratta quasi sempre di scene di vita quotidiana, di particolare pregnanza e intimità, di cui i quadri di Lancerotto fermano le immagini nell’afflato del loro ricordo, chiaro, a colori vividi, ma che pur sempre trasmette la consapevolezza dell’unicità e dell’irripetibilità del momento ormai trascorso.

Con un certo ritardo rispetto al percorso di J.M.W. Turner (1775-1851 – di cui forse Lancerotto non ha mai visto le opere), il pittore noalese arriva a sfumare nelle sue ultime tele i contorni, fino a rinunciare quasi totalmente alla forma figurativa, per lasciare a ogni spettatore una propria possibilità di far emergere la sua peculiare attività di elaborazione dell’immagine secondo il suo personale patrimonio mnestico-culturale-emozionale conscio e inconscio. Tale operazione (contrariamente alla più banale acquisizione di informazioni segniche ben definite, che attivano percorsi neuronali “bottom-up”, costretti a sposare fedelmente dal punto di vista sensoriale il codice formale dell’artista), implica una elaborazione associativa libera, che coinvolge simultaneamente diverse aree cerebrali. Aree le quali, per attivarsi, devono però possedere qualcosa da scambiare al loro interno… ma (sempre che questo qualcosa sussista), basterà soffermarsi con pazienza di fronte al quadro, lasciare andare la mente, “fare il vuoto mentale” (eliminando percezioni spurie e preoccupazioni), come suggeriscono il sinologo J.F. Billeter, e le migliori pratiche di meditazione orientale, e il cervello farà tutto da solo (le più recenti metodiche di Risonanza magnetica funzionale lo confermano), arricchendo chi guarda di emozioni e di meraviglia…


Riccardo Panigada

Direttore responsabile:

Negli anni '80, mentre è ricercatore nel campo della bioingegneria, pone le basi per la teoria dell'Onfene (Manzotti-Tagliasco), e collabora a diverse testate tra cui «Il Sole 24 Ore», «Il Corriere Medico», «Brain», «Watt». È giornalista professionista, e la sua originalità è quella di filtrare la divulgazione scientifica attraverso la riflessione epistemologica.

Ha pubblicato: Il percorso dei sensi e la storia dell’arte (Swan, 2012); Le neuroscienze all'origine delle scienze umane (Cleup, 2016).

Dirige anche Tempo e Arte (tempoearte.it).