I segreti della conoscenza e del pensiero? Frammenti di memoria e Gist Memory

I vuoti di memoria sono un fenomeno comune a tutti, incluse quelle persone che hanno una memoria di ferro. L’affermazione appena scritta non è una semplice banalità per dire che chiunque può essere vittima di dimenticanze cruciali, bensì per rivelare che si è tutti portati a dimenticare particolari meno importanti rispetto ad altri maggiormente rilevanti, ma per favorire il naturale funzionamento fisiologico del nostro cervello. Senza quei vuoti di memoria non vi sarebbero infatti “frammenti di memoria”, e gli uomini non sarebbero dotati della facoltà di elaborare tali frammenti ricomponendoli in altri mosaici per formulare teorie; per applicare la conoscenza a situazioni nuove, o, più semplicemente, per ricucire i frammenti nel loro ordine, reintegrando una successione di fatti o di parole in seguito a un piccolo suggerimento che consentisse, nella defaillance mnemonica, di recuperare il frammento eventualmente disperso nell’oblio.

Insomma la Gist Memory, ovvero la più solida conservazione degli elementi essenziali di uno studio o di un evento è indispensabile appunto a conservarne il ricordo utile al suo recupero, ma difficilmente dopo qualche anno ricorderemo in quale forma abbiamo pagato il conto in una pizzeria dove siamo stati con amici, se tale operazione non è stato altro che un fatto di routine, mentre potremo conservare perfettamente il ricordo dei discorsi interessanti o divertenti dei momenti conviviali. Nondimeno, se qualcuno ci desse qualche suggerimento in merito al pagamento della pizza di quella sera, sarebbe possibile forse ricordarsi anche la faccia di qualche insignificante cameriere…

Ma vediamo perché queste proprietà della memoria sono così interessanti per spiegare il funzionamento del microcosmo contenuto nella nostra scatola cranica.

Ce lo spiega, per esempio, il musicologo e neuroscienziato Daniel Levitin nel suo interessantissimo libro “Il mondo in sei canzoni”: “Nei canti di gruppo si rileva una speciale abilità per recuperare le informazioni che un singolo individuo potrebbe avere scordato, grazie a una “proprietà emergente”: si ha un comportamento emergente quando un gruppo esegue un’azione che il singolo membro non potrebbe completare. I formicai e gli alveari sono esempi di emergenza, dove un’intelligenza comune emerge da una molteplicità di azioni relativamente semplici e apparentemente immotivate. Nessuna singola formica, per esempio, “sa” che il formicaio deve essere spostato, ma le azioni combinate di decine di migliaia di formiche raggiungono proprio questo risultato, con efficienza, efficacia e perfino “intelligenza”. La biologa della Stanford University Deborah Gordon scrive: “ il mistero fondamentale delle colonie di formiche è che non esiste comando. Non ci sono formiche che stanno ai confini della colonia a dirigere il traffico”.

Levitin quindi prosegue: “[…] in un sistema dinamico ogni secondo nascono nuove informazioni, e questo influenza lo sviluppo del sistema. […] i sistemi dinamici non lineari sono caratterizzati (1) dalla diffusione locale di informazioni tra individui (un compagno che suggerisce la parola giusta) attraverso (2) un meccanismo non lineare (memoria e cognizione individuale e di gruppo, in questo caso), e che prevede (3) variabilità individuali, cioè ricordi eterogenei. Queste tre proprietà provocano (e sono necessarie per) l’emergenza di una bassa e asincrona occorrenza erronea nel gruppo, nonostante l’elevata probabilità di errore osservabile nei singoli individui che lo compongono”.

In sostanza si può tranquillamente ipotizzare una corrispondenza più che evidente tra il funzionamento della memoria in un cervello, l’operatività di un formicaio o di un alveare, e la cooperatività di un coro.

Ma tutto questo avviene per magia, o ci sono almeno delle funzioni matematiche che esprimono tali dinamiche, come i frattali mediante i quali Benoit Mandelbrot ha descritto le leggi che governano il caos?

Risposta di Levitin: tutto questo è evidentemente frutto dell’evoluzione adattativa, sia per quanto riguarda l’uomo e le sue facoltà linguistiche e musicali, sia per quanto riguarda le api; e, poi, si sa, la natura è economica, e, una volta messo a punto un “trucchetto”, lo sfrutterà ovunque, e in tutte le salse possibili e immaginabili…

Ma è l’articolo divulgativo a firma Andreagiovanni Reina dell’Università di Sheffield in evidenza su Scienzaveneto in questo mese di marzo, a spiegare la descrizione teorica di questi fenomeni così avvincenti: sono proprio le api, che ci possono aiutare a capire i meccanismi del nostro Sistema nervoso centrale. Naturalmente ringrazio l’amico Andreagiovanni per aver regalato a Scienzaveneto questo suo contributo, subito dopo avere pubblicato su Scientific Reports (gruppo editoriale Nature) il paper scientifico (https://www.nature.com/articles/s41598-018-22616-y ).


 

Riccardo Panigada

Direttore responsabile:

Negli anni '80, mentre è ricercatore nel campo della bioingegneria, pone le basi per la teoria dell'Onfene (Manzotti-Tagliasco), e collabora a diverse testate tra cui «Il Sole 24 Ore», «Il Corriere Medico», «Brain», «Watt». È giornalista professionista, e la sua originalità è quella di filtrare la divulgazione scientifica attraverso la riflessione epistemologica.

Ha pubblicato: Il percorso dei sensi e la storia dell’arte (Swan, 2012); Le neuroscienze all'origine delle scienze umane (Cleup, 2016).

Dirige anche Tempo e Arte (tempoearte.it).